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La Storia

Don Pietro Pappagallo

Don Pietro Pappagallo (Terlizzi, 28 giugno 1888 - Roma, 24 marzo 1944)

La sintesi esistenziale del “prete della libertà”, potrebbe essere questa: Unico sacerdote fra le 335 vittime alle Fosse Ardeatine, la più inaudita rappresaglia compiuta in Europa durante la seconda guerra mondiale.
Entra in Seminario a 15 anni. Viene ordinato sacerdote nel 1915. Dopo aver svolto ruoli di servizio in varie istituzioni educative, a Molfetta e a Catanzaro, si trasferisce in diocesi di Roma nel 1925.
È cappellano del lavoro ante litteram alla Snia Viscosa, vice parroco in San Giovanni in Laterano, chierico beneficiato della Basilica patriarcale di Santa Maria Maggiore, cappellano delle Oblate del Bambino Gesù nella casa madre di Via Urbana, dove risiede per diciotto anni.
Nel corso dell’occupazione nazista della capitale, organizza una rete di assistenza materiale e spirituale in favore di ebrei, soldati allo sbando, perseguitati politici. Offre ospitalità, assistenza, concreto sostegno e documenti d’identità contraffatti per aprire vie di fuga e di salvezza a chi è in pericolo. Orientato dalla fede cristiana e dall’amore verso il prossimo, manifesta decisa opposizione alla guerra, al razzismo, alla discriminazione ideologica. Persegue al prezzo della vita il rispetto della persona umana, gli ideali di libertà, giustizia sociale e pace.

Ma la sua esistenza intendo qui narrarla in modo diverso, dal versante umano e in rapporto all’intensità e luminosità della sua esperienza sacerdotale. Ecco allora…

A Terlizzi, a fine Ottocento, i figli nascono a grappoli. Famiglie numerose, tante. Pietro è il quinto di otto pargoli, sei maschietti e due femminucce, [1] che vivacizzano casa Pappagallo.[2] È il vicinato la sua prima scuola di vita: porte aperte, un andirivieni continuo di casa in casa, donne che stazionano sull’uscio nei momenti di riposo e di confronto. Si vive così, nel Mezzogiorno d’Italia: come si vive in una famiglia allargata. Il vicinato è una scuola di umanità, che esprime un certo controllo sociale e forgia il carattere. Quello di Pietro è cordiale, bonario, solare.
La sua famiglia è modesta ma dignitosa. Abita un pianterreno che si riempie al vespero e si svuota all’alba: tutti al lavoro, anche i ragazzi! L’economia del paese, legata all’agricoltura e all’artigianato, è di sussistenza. Papà Michele fa il funaio, e alla fabbricazione delle corde ha già indirizzato i suoi figli: che crescano tra la fibra di iuta, di canapa e di giunco! Al Sud si fa così: la storia è ciclica, si rinnova ripetendosi; i mestieri si trasmettono di padre in figlio, le eccezioni confermano la regola.
Mamma Tommasa fa la casalinga. Ma non solo quello. Fa tante cose. È una donna forte e ricca di risorse. Fa i figli. Fa la brava moglie. Fa la mamma, soprattutto. Sa lavorare di cucito e all’uncinetto. Accudisce anche il fratello disabile. E cura le piante sull’uscio di casa: il geranio rosa, l’ortensia bianca, il basilico verde che offre profumi antichi e forti. E prega tanto: Maria Santissima di Sovereto, protettrice della comunità, e Sant’Antonio. Il sentimento religioso prevalente, a Terlizzi, sfocia nella pietà mariana. La vita è questa: vicinato, fatica, basilico e giaculatorie.
Pietro nasce in coda a un secolo drammatico, caratterizzato da carestie, epidemie e povertà. Il cibo è scarso. Quasi tutto ruota intorno al pane quotidiano. Per conseguirlo si lavora dalle dieci alle dodici ore al giorno. Non così per tutti, in realtà: la società è spaccata in due. Da una parte i nobili: blasonati, proprietari terrieri, massoni, ecclesiastici. Dall’altra il popolo. Che tira a campare.
Il funaio non può lamentarsi: corde, reti, tiranti e fiscoli risultano indispensabili per lo svolgimento delle attività tipiche della civiltà contadina e marinara. I funai Pappagallo svolgono la propria attività all’aria aperta, vicino casa. Per fare le corde, bisogna intrecciarle, e per intrecciarle c’è bisogno di tanto spazio, soprattutto in senso lineare. Anche Pietro impara a lavorare il giunco. Ma ha l’animo grande. Mostra i primi segni della vocazione. Vuol crescere in età, sapienza e grazia di Dio. Il percorso educativo comincia al Matteo Spinelli di Giovinazzo e prosegue al Seminario Argento di Lecce, appena istituito.[3]
Il 3 aprile 1915 viene ordinato sacerdote. L’Italia medita di entrare in guerra, la prima a carattere mondiale. Il giovane don Pietro è uomo di pace: crede nel primato della persona e della vita umana. Semplice e concreto, è tra le voci fuori dal coro interventista, che s’impone con propaganda martellante. La guerra si sposa con l’idea del primato nazionale, vale a dire del dominio di alcuni popoli su altri; e con l’esigenza imperialista, fondata sulla politica di potenza e di espansione (coloniale); sullo scontro specifico tra il regime autoritario austro-germanico e il sistema liberale anglo-francese, per verificare quale prevale. Situazioni lontane mille miglia dalla visione religiosa e sociale di don Pietro, umanitaria e basta. Le armi non fanno battere il cuore al giovane chierico, tutt’altro! Tant’è che considera una fortuna il difetto al calcagno che gli procura il congedo militare illimitato nel momento in cui anche i seminaristi e i sacerdoti sono tenuti a servire la patria in armi.
Il suo, però, non è un atteggiamento di comodo. Don Pietro è convinto, come Benedetto XV,[4] che la guerra procurerà “un’inutile strage”, un autentico massacro. E nell’epoca in cui, anche nella Chiesa, si sottilizza tra “guerra giusta e guerra ingiusta”, don Pietro ritiene che ogni conflitto sia da ripudiare, perché genera distruzione, violenza, lutto, oltre che la caduta verticale del diritto e della democrazia. Ne è certo. Il suo orientamento è chiaro. Per questo, nel giorno di Pasqua in cui celebra la prima messa (4 aprile 1915), all’omelia e al termine del sacro rito lancia il suo grido pacifista, con la parola e con l’immaginetta a ricordo dell’eucaristia.
Conserviamo il cartaceo. Da una parte il disegno del Pontefice – che attraversa su una scialuppa il mare tempestoso assistito dalla Madonna – mentre invoca il perdono sull’umanità belligerante secondo il motto di Gioele; sull’altra, la preghiera di pace dello stesso Benedetto XV: “Sgomenti degli orrori di una guerra che travolge popoli e nazioni, ci rifugiamo, o Gesù, come a scampo supremo, nel Vostro amatissimo Cuore; da Voi, Dio delle misericordie, imploriamo con gemiti la cessazione dell’immane flagello; da Voi, Re pacifico, affrettiamo coi voti la sospirata pace. Pietà vi prenda di tante madri angosciate per la sorte dei figli; pietà di tante famiglie orfane del loro capo; pietà della misera Europa, su cui incombe tanta rovina! Ispirate Voi, ai reggitori e ai popoli, consigli di mitezza; componete i dissidi che lacerano le nazioni, fate che tornino gli uomini a darsi il bacio della pace”. Un manifesto ispirato, a cui il giovane ministro della Chiesa aderisce in pieno, adottandolo come programma di vita.
La sua presa di posizione inorgoglisce ancora oggi perché accentua la sua esemplarità. Fa specie però pensare che pagherà a caro prezzo, con il martirio, nel successivo conflitto bellico, la coerenza di uomo di pace costantemente schierato a difesa della vita. Il suo sacerdozio? Un bacio all’umanità coesa e solidale.
Ma cosa avviene tra i due eventi guerrafondai che segnano il Novecento, attraversati entrambi da don Pietro? Avvengono tante cose. In don Pietro sboccia il desiderio di spendersi in un orizzonte più vasto di quello cittadino, in cui i valori contano fino a un certo punto. Ecco che dal 1915 al 1922 è a Molfetta, come economo, animatore e vicerettore del Convitto Vito Fornari, per la crescita culturale e spirituale dei ragazzi; nel 1924 è vicerettore del Seminario Regionale Teologico Calabro di Catanzaro, appena affidato da Pio X alla direzione dei padri gesuiti; nel 1925 è a Roma, apparentemente per approfondire studi canonici, in realtà in cerca di un ruolo pastorale e di una residenza stabile per esercitare a pieno il proprio ministero.
Nel 1927 approda alla Cisa Viscosa, chiamata anche Snia, con il compito di organizzare e gestire il grande convitto di via Prenestina che accoglie gli operai fuori sede affluiti nella capitale, dal Sud, per lavorare nella grande industria di filati che produce raion (seta artificiale). Si tratta di manovalanza maltrattata, che spesso copre i turni notturni, costretta a continui straordinari sotto minaccia di licenziamento, che non gode delle stesse tutele riconosciute ai lavoratori romani, che mette a rischio la propria salute a causa del contatto con le dannose sostanze chimiche utilizzate nella produzione.[5] Don Pietro si trova ad essere presente in questa realtà quando ancora non esiste la figura del cappellano del lavoro, ma è come se ne interpreti il ruolo ante litteram. È memore peraltro dell’insegnamento di Leone XIII nella Rerum novarum (“Non tenere gli operai schiavi, rispettare in essi la dignità della persona umana; non imporre lavori sproporzionati alle forze o mal confacenti con l’età o con il sesso; lasciare ai proletari il tempo per aver riguardo alla religione e ai beni dell’anima; non alienarli dallo spirito di famiglia; corrispondere loro la giusta mercede…”)[6] e protesta contro i padroni della fabbrica.
La potente dirigenza aziendale esercita però pressioni presso la Curia romana, che fa intervenire mons. Ferdinando Baldelli, il più autorevole interprete dell’opera di assistenza ecclesiale ai lavoratori. Questi ritiene che il prete non debba fare il sindacalista, che le condizioni economiche generali del momento non arridano ai lavoratori, tanto che a migliaia sono costretti ad emigrare all’estero, e che la strategia economica della Snia Viscosa dipenda dalla politica autarchica voluta dal regime, rispetto a cui non debbono essere innescate occasioni di dissenso, specie appena dopo il reciproco riconoscimento concordatario tra Stato e Chiesa. La sorte di don Pietro è segnata: dovrà lasciare il suo ambito d’impegno e ricominciare da zero.
Mons. Baldelli vorrebbe il Nostro presso il Collegio dei Sacerdoti per l’Emigrazione, pronto a salpare verso altri lidi per l’aiuto ai lavoratori emigrati, ma il sacerdote non intende lasciare Roma. Riesce piuttosto ad ottenere la nomina a viceparroco della Basilica Patriarcale di San Giovanni in Laterano, con il compito di amministrare il battesimo nell’attigua aula sacramentale di San Giovanni in Fonte, il più antico battistero dell’Occidente, e il permesso di alloggiare in una stanza all’interno del Vicariato. Ma Baldelli insiste, e gli vanifica anche questa opportunità (nel giugno 1929).
Il nuovo, decisivo incarico gli giunge inaspettato, ma gli appare subito come quello buono: dalle Oblate del Bambino Gesù alla ricerca di un cappellano per il vasto Istituto di via Urbana, con richiesta di provvedere alla cura spirituale delle religiose e alle celebrazioni eucaristiche presso la Cappella dell’Istituto. Gli si offre l’opportunità di alloggiare nello stesso complesso architettonico, con ingresso dal numero 2 di via Urbana. Don Pietro considera l’occasione consistente e definitiva, e con il permesso della superiora si fa raggiungere stabilmente dalla madre per l’aiuto in casa, e si fa aggregare al clero beneficiato della vicinissima Basilica di Santa Maria Maggiore con l’impegno di offrire anche lì la propria opera, e definisce con la Chiesa locale d’origine e con quella di adozione, tramite la Dataria Apostolica, l’incardinamento diocesano nella “città eterna”, come da sempre desiderato.
È fatta! Però diventa cittadino romano proprio mentre il fascismo consolida le proprie posizioni e comincia ad esprime maggiore aggressività. Nel quartiere Monti, dove risiede, viene subito considerato un prete del popolo, punto di riferimento per coloro che hanno bisogno di aiuto, di protezione, d’incoraggiamento, e porto sicuro per quanti da Terlizzi giungono a Roma in cerca di fortuna.
Dice di lui il terlizzese Michele Gargano, allora studente di architettura a Roma: “Era sorridente, buono, fraterno, severo all’occorrenza ma dolcissimo e accattivante, privo di retorica; trasparente nel sentimento e nel pensiero come un cristallo di rocca. La sua casa di via Urbana era luogo davvero ospitale. Se le pietre di quella casa, profumate dal basilico e allietate dal geranio potessero parlare, direbbero cose bellissime di lui e del suo apostolato di bene, e di come ha vissuto in prima persona le evangeliche opere di misericordia”.[7]
Testimonia Gioacchino Gesmundo, grande amico benché attestato su posizioni ideologiche molto diverse: “Don Pietro? Un uomo di Dio, un vero uomo… Fraterno, socievole, soccorrevole. L’uomo di maggior spirito che abbia mai conosciuto: di ingegno eccellente, estroso di carattere, di fede intemerata”.[8]
Con questi e altri giovani terlizzesi, tutti di solida preparazione culturale, don Pietro progetta persino di allestire una scuola popolare basata sull’apporto volontario degli insegnanti: un modo per acculturare ampi strati di popolazione adulta, che vive letteralmente nell’ignoranza con vantaggio dell’autorità, dunque per risvegliare le coscienze assopite nell’ingiustizia sociale. Viene elaborato un progetto a costo zero sotto il profilo amministrativo, ma, rivolte le giuste richieste ai detentori dell’assenso, la scuola non viene autorizzata: per quel tanto di “sovversivo” leggibile nelle carte, ma anche per l’ubicazione dei locali ospitanti, molto prossimi a Villa Torlonia, residenza della famiglia del duce, dunque per motivi di “sicurezza”. Ma il diniego non sconforta il sacerdote, che nel comunicare la notizia al giovane Michele Gargano, tra i docenti selezionati, gli comunica a mo’ di conforto l’orizzonte essenziale e irrinunciabile da cui comunque non recedere, anzi da incrementare nel vivere, in cui non può mancare la “santa libertà”: “Novità: la scuola non si apre per negata autorizzazione. Forse sarà meglio. Santa libertà e pane per quanto strettamente necessario. Pane e cipolla e santa libertà. Coraggio! I sacrifici di oggi ci faranno meglio assaporare la vittoria del prossimo domani”.
La situazione, però, precipita ugualmente. Dopo l’8 settembre 1943 sono tanti i renitenti alla leva, gli oppositori del regime e i gruppi militari della resistenza romana in affanno. La “città aperta” è in realtà super blindata e fermamente occupata dai tedeschi con l’appoggio dei fascisti aderenti alla Repubblica di Salò. Altro che libertà! In grave difficoltà anche la popolazione ebraica, sempre sottoposta a persecuzione. A questa tipologia di persone don Pietro offre rifugio e protezione. Li introduce in casa e cerca di favorirne la salvezza aprendo vie di fuga con documenti contraffatti in quanto a generalità. Nel drammatico contesto, l’astuzia non opera però solo a fin di bene, e tra coloro a cui viene assicurata ospitalità in casa di don Pietro, vi è anche l’infiltrato Gino Crescentini, una spia al soldo dei tedeschi, che si spaccia per renitente in fuga mentre abita stabilmente nel quartiere Monti. Ne favorisce l’arresto il 29 gennaio 1944.
Don Pietro viene tradotto nel carcere di via Tasso. La cella assegnatagli è la numero 13, posta al terzo piano dello stabile occupato dalle SS. Tra gli altri detenuti, anche Tigrino Sabatini, ex operaio alla Snia Viscosa.
Esemplare il comportamento del sacerdote durante la detenzione. L’amico Oscar Cageggi, siciliano, uomo di grande vivacità intellettuale, accusato di aver guidato la formazione partigiana Vespri, così parla del sacerdote introdotto in cella, rilasciando un’intervista a Il Quotidiano subito dopo la liberazione di Roma: “Fin dal primo momento cominciò a stabilirsi tra noi un rapporto di profonda amicizia. Chiese consiglio per la distruzione di alcuni appunti di cui era rimasto in possesso, il che fu prontamente eseguito. La serenità del suo volto, spirante bontà, intelligenza e umiltà profonda, ci conquistò immediatamente. Il suo arrivo fu per tutti noi come l’arrivo di un padre. Era preoccupato per gli altri, mai per se stesso. Temeva per i suoi assistiti, israeliti e militari, e per i suoi collaboratori, essi pure sacerdoti.[9] Le incognite della sua sorte non tolsero mai dalle sue labbra il sorriso sereno della bontà, della fiducia, come mai venne meno il suo spirito di cristiana rassegnazione e di carità”.[10]
E Angelo Ioppi, il carabiniere accusato di aver organizzato il battaglione clandestino Mazon e di aver eseguito, con la complicità dei commilitoni, diverse azioni di sabotaggio a danno dei tedeschi, condotto in cella dopo selvagge torture, così descrive chi la occupa: “I miei amici mi vegliavano per tutta la notte, assistendomi come meglio potevano, con dei bagnoli fatti di pezze imbevute d’acqua, privandosi tutti della razione del preziosissimo liquido. Mi curavano soprattutto le labbra spaccate dai colpi inferti dagli aguzzini, dandomi ogni tanto da bere. Don Pietro Pappagallo acquistava nella nostra cella una fisionomia di asceta. Rimaneva per ore e ore assorto silenziosamente nella preghiera, con un fervore instancabile, preso dalla sua fede in Cristo. Un mormorio continuo agitava le sue labbra socchiuse, mentre attendeva calmo e sereno la sorte. E un vuoto fu per noi quando non lo avemmo più vicino, quando non ci poté più prodigare le sue cure, accompagnate sempre da parole di speranza, che rivelavano la sua certezza in qualcosa di eterno, che attende tutti di là nel regno dei Cieli. E aveva la virtù di infondere, nei nostri cuori arsi, un calore di serena sopportazione per le vicissitudini terrene, in contrapposto alla visione luminosa della vita migliore. Non lo udii mai maledire i suoi carnefici, ma perdonava tutti, considerandoli degli esecutori incoscienti del male, spronati da una istintiva brutalità e irragionevoli. Pregava il Signore per noi tutti, che ci aiutasse nel fatale trapasso”.[11]
All’alba del 24 marzo 1944, don Pietro si sveglia da un sonno tormentato. Riferisce a Oscar Cageggi di averlo visto uscire illeso da una fornace ardente e lo rassicura che sarebbe tornato in libertà, alla vita di ogni giorno, grazie all’intercessione di Sant’Antonio, alla cui protezione lo affida insieme agli altri prigionieri. L’amico siciliano aggiunge nella testimonianza resa a Il Quotidiano: “Quel giorno don Pietro fu silenzioso. Pregò e meditò per ore intere, molto più a lungo di quanto soleva. Alle ore 13 non voleva toccar cibo, e ne assaggiò appena dietro le nostre insistenze. Alle ore 14 venne chiamato così come si trovava, fuori dalla cella. Una o due ore più tardi, il comandante della guardia entrò, prese i pochi indumenti lasciati da lui e ci disse che d’ora innanzi saremmo stati più larghi, e postosi in testa il cappello sacerdotale di Lui, cominciò a saltellare, gesticolare e sghignazzare sguaiatamente”.[12]
Viene inviato con cinismo alla carneficina perpetrata alle Fosse, proprio perché sacerdote, per fornire l’assistenza spirituale alla turba dei detenuti da ammazzare, senza scomodare altro rappresentante della Chiesa da convocare appositamente,[13] ma anche per l’aiuto offerto agli ebrei.[14]
Ed è proprio lo Yad Vashem di Gerusalemme ad accrescere la figura riconoscendogli il titolo di “Giusto tra le nazioni”. Lo statuto della prestigiosa istituzione subordina il conferimento del titolo all’individuazione di almeno un profilo concreto di perseguitato effettivamente salvato.[15] Di don Pietro si è sempre conosciuta l’attitudine alla protezione degli ebrei, ma mancava il nome oppure il profilo concreto di uno di questi, sicuramente anche a causa della distruzione di appunti e documenti compromettenti nelle fasi finali della guerra.
Decisiva, infine, la testimonianza di Ada Alessandrini,[16] pubblicata sul primo numero della rivista Mercurio a fine 1944,[17] cioè a guerra non ancora conclusa, quasi in presa diretta rispetto allo svolgersi degli eventi, in realtà otto mesi dopo l’eccidio consumato alle Fosse Ardeatine, e solo sei mesi dopo la liberazione di Roma.
Era dunque allarmata, Ada Alessandrini (1932-1991) – antifascista cattolica, partigiana pacifista – quando, sollecitata dalla sua amica Marta, si rivolge a don Pietro Pappagallo raggiungendolo nell’abitazione di via Urbana.
Fino a pochi minuti prima, Marta portava con sé per mano, lungo le strade di Roma, una piccola ebrea “pronta a dire della sua esistenza secondo un canovaccio inventato a motivo di auto-protezione. Un copione fragile e scarsamente credibile, perché la bimba, appena ultimato il testo imparato a memoria, appariva qual era, piccina e sperduta, con un baschetto rotondo sul capo, e continuava a parlare sommessamente – fra sé e sé – di tante piccole cose. Quanto grazioso e delicato appariva il suo viso tenero di fanciulla”!
Era quel che era: una bambina allo sbando, sola nel proprio mondo se non fosse per una tartaruga a cui attribuiva comportamenti simili a quelli di una persona, e le dava un briciolo di affetto che ricambiava dialogando, quasi potesse ascoltarla. Ma, quel che è peggio – annota l’Alessandrini – “è il suo essere straniera (tedesca) ed ebrea, nella Roma occupata dai nazisti”, artefici delle leggi razziali: praticamente condannata a morte, se fermata e riconosciuta. E con lei chi l’aiutava!
Per salvarla l’Alessandrini racconta di essersi rivolta in prima battuta a Carlo Zaccagnini: un avvocato massone, dirigente dell’Unione Nazionale della Democrazia in Italia, movimento attivo nella Resistenza romana al di fuori del Comitato di Liberazione Nazionale. Questi però non è disponibile ad aprire una via di fuga alla piccola ebrea, perché “incespica sulla modulazione di una lingua (quella italiana) troppo morbida per il suo meccanismo vocale”. Zaccagnini intuisce che è tedesca. Un’ebrea tedesca! Può essere un tranello! Troppo rischioso, nulla da fare!
Non così per don Pietro, “con il suo caldo cuore generoso”, come annota l’Alessandrini che aggiunge: “Risolse quel giorno stesso il nostro problema che sembrava tanto complicato. ‘Basta una fotografia e un bollo’. Il bollo lo forniva lui, si capisce: un misterioso bollo napoletano, che documentava come sfollati questi infelici dispersi e ricercati, investiti dal turbine spaventoso della persecuzione”.
Altri bambini ebrei non ce l’hanno fatta, a differenza della “piccola che dialogava con la tartaruga”, salvata da don Pietro. Non hanno trovato un “Giusto” sui loro passi!
In tanti non ce l’hanno fatta, ma non è questione di numero… Per gli ebrei una sola persona è già tutta l’umanità; un graffio procurato a un solo bambino, è una ferita inferta a tutta l’umanità; negare la vita a una sola persona, equivale a sterminare l’umanità intera.
C’è questa persuasione di fondo nella cultura ebraica, da cui nasce il riconoscimento di Giusto tra le nazioni; radicato nella persuasione che la dignità umana – di ogni uomo e di ogni donna, di ogni bambino e di ogni adulto, di ogni abile e di ogni disabile, di ogni pelle e di ogni cuore, del singolo prima che della collettività – ha un valore assoluto e universale.
È un dato culturale che il popolo ebraico dovrebbe riferire anche oggi e a se stesso, giacché, dopo essere stato oggetto di persecuzione e dispersione, si è addensato in una nazione dove pare stia smarrendo il valore dell’alterità e della coesistenza pacifica con il popolo palestinese, rischiando a sua volta di diventare “ingiusto”.
Di quale giustizia la figura di don Pietro Pappagallo è, allora, icona esemplare? Bisogna porsela questa domanda, fermo restando che il titolo di “Giusto tra le nazioni” viene riconosciuto da apposita commissione costituita dal 1953 presso lo Yad Vashem di Gerusalemme, dov’è allestito il Memoriale dell’Olocausto per onorare il popolo dei coraggiosi, finora costituito da 27.362 persone, fra cui 714 italiani che hanno salvato la vita ad almeno un ebreo mettendo a repentaglio la propria.
Dobbiamo porcela questa domanda, anche perché nella nostra cultura il concetto di giustizia non è univoco. La si amministra, infatti, che sia umana o divina, in rapporto alla regola educativa, alla norma giuridica o al precetto morale. Ma, al di sopra di ogni cosa, c’è la coscienza individuale… che sovrasta, appunto, la regola educativa, la norma giuridica e il precetto morale. Vi è, cioè, nella persona, uno spazio di libertà assolutamente incoercibile. È l’auto-coscienza dell’umano che vive in noi, respiro che vive di libertà per riscriverla su spartiti sempre inediti, dove note di pace si articolano in una musica sempre nuova che, nonostante ogni divieto, solca il Mediterraneo come il confine tra Messico e USA.
Nell’ebraismo il Giusto è chiamato con due termini di diverso contenuto: chassid e zaddiq, perché due sono i concetti di giustizia.
Chassid è “il pio”, colui che intrattiene un rapporto spirituale con la divinità, colui che insegue la vita di perfezione fatta di preghiera e di ricerca di senso, in costante tensione verso l’alto.
Zaddik, invece, è “il misericordioso”, l’uomo di carità; colui “che frequenta tanto gli orizzonti complessivi quanto i cantieri della cronaca”. È chi coniuga l’alto con l’altro. Chi s’immerge nella storia e attraversa la navata del mondo. Chi interviene con compassione e con dedizione al cospetto della fragilità altrui.
Il “Giusto tra le nazioni” – o “Giusto tra i popoli” – è, per definizione dello Yad Vashem, lo zaddik: capace di mettere a repentaglio la propria vita per salvarne un’altra in pericolo imminente. È un “folle”, cioè, capace di tutelare l’umanità nelle sue esigenze fondamentali e nelle sue singole espressioni.
Ma attenzione: la figura del “Giusto misericordioso” non è dell’ebraismo soltanto. È figura comune alle tre grandi religioni monoteiste – l’ebraismo, il cristianesimo e l’islamismo – se è vero come è vero che l’ebraismo onora lo zaddiq, il cristianesimo lo esalta nell’icona biblica del Buon Samaritano, e il Corano, nella prima sura (la cosiddetta “aprente”), che per i musulmani racchiude l’essenza del libro, lo identifica con l’aggettivazione che più si addice ad Allah: “il Misericordioso, il Compassionevole”.
Se così è, non dovrebbe essere chiamato soltanto il mondo civile ad inchinarsi alla figura di don Pietro Pappagallo, per la sua disobbedienza a leggi ingiuste come quelle razziali, ma dovrebbe essere anche l’intero universo religioso monoteista ad esprimere gratitudine al “Giusto tra i popoli” che incarna la misericordia a caro prezzo.
Intorno alla parola “Giusto” si può dunque ricapitolare l’intera vicenda esistenziale di don Pietro, attraversandone gli snodi.
“Giusto”… perché ha fatto dell’immaginetta distribuita il giorno della consacrazione sacerdotale, il manifesto del suo pacifismo, ripudiando a chiare lettere la guerra come causa d’“inutile strage” secondo la visione di Benedetto XV.
“Giusto”… perché, come direttore del convitto in cui alloggiavano gli operai fuori sede della Snia Viscosa sulla via Prenestina appena fuori Roma, si è sempre schierato dalla loro parte, specie se insidiati nella salute e nella dignità.
“Giusto”… per aver tentato di aprire una scuola popolare in periodo bellico, consapevole che la cultura attiva il senso critico ed è fattore di resistenza ai fascismi vecchi e nuovi. E perché capace di rinunciarvi in favore dell’essenziale: “pane e cipolla e santa libertà”.
“Giusto”… perché, quando l’insicurezza serpeggiava per le strade di Roma, si è messo a fare l’uomo di Dio tout court, nonostante molti gli chiedessero di fare solo il prete prudente, come se il prete riuscito non fosse l’uomo di Dio tout court.
“Giusto”… per aver aperto la propria abitazione e organizzato una rete di assistenza materiale e spirituale e di salvezza in favore di ebrei, militari allo sbando, oppositori politici al nazifascismo.
“Giusto”… per essersi reso disponibile, durante la prigionia trascorsa nella cella n. 13 del famigerato carcere di via Tasso, alle esigenze degli altri reclusi, secondo la testimonianza di Oscar Cageggi, Vincenzo Palermo e Angelo Ioppi, e per aver saputo spesso cedere il cibo al più giovane fra i reclusi, il diciannovenne Gaetano Butera.
“Giusto”… perché, nel momento di maggiore disperazione, ha benedetto i destinati alla carneficina, indicando loro una dimensione altra, e per aver perdonato l’odio di Caino.

Don Pietro: resistente perché amante dell’alterità, della libertà, della democrazia, della giustizia sociale; ma anche uomo di misericordia e di speranza, profeta di tempi nuovi, antesignano dell’etica del volto, cometa di civiltà.

Com’è stata onorata e ricordata nel tempo la figura del sacerdote ardeatino? Riassuntivamente…

1945: Aldo Fabrizi interpreta don Pietro e don Giuseppe Morosini in Roma città aperta, pellicola del regista Roberto Rossellini.

A fine anni Cinquanta il Centro Italiano Filatelia Resistenza gli dedica un foglietto erinnofilo nella serie Testimoni del nostro tempo. Lo stesso soggetto compare su marche da bollo emesse “a beneficio del Comitato Nazionale pro Vittime Politiche”, per la vidimazione di atti amministrativi.

Il 20 novembre 1957 viene intitolata a don Pappagallo una scuola elementare nella città natale; successivamente l’intero I Circolo didattico di Terlizzi.

Gli viene anche dedicata una piazza nella città natale e successivamente due lapidi, l’una collocata in prossimità dell’abitazione, l’altra sulla parete esterna della chiesa parrocchiale di San Gioacchino.

Con decreto del 13 luglio 1998, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli conferisce la medaglia d’oro al merito civile con la seguente motivazione: “Sacerdote della Diocesi di Roma, durante l’occupazione tedesca collaborò intensamente alla lotta clandestina e si prodigò in soccorso di ebrei, soldati sbandati, antifascisti e alleati in fuga, dando loro aiuti per nascondersi e rifocillarsi. Tradito, fu consegnato ai tedeschi, sacrificando la Sua vita con la serenità d’animo, segno della Sua fede, che sempre lo aveva illuminato”.
La medaglia viene consegnata dal Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi al Vicario di Roma, card. Camillo Ruini, presso le Cave Ardeatine durante la commemorazione del 24 marzo 2000, e successivamente donata alla città di Terlizzi per essere appuntata sul gonfalone.

Il 24 marzo 1997, su richiesta dell’artista Georges de Canino, della comunità ebraica romana, e a iniziativa del Comitato “Pro don Pietro Pappagallo e prof. Gioacchino Gesmundo”, il sindaco Francesco Rutelli fa apporre e inaugura una lapide in via Urbana 2, all’ingresso della dimora da cui don Pietro è stato a suo tempo prelevato e arrestato.

Il 31 ottobre 1999 la Fondazione Internazionale Andrea Carnegie gli conferisce la medaglia d’oro alla memoria.

In occasione del Giubileo del 2000 il nome di don Pietro, accompagnato dall’articolato profilo redatto da mons. Gaetano Valente, viene inserito da Papa Giovanni Paolo II nel Martirologio cristiano del XX secolo: 12.692 nuovi martiri “manovali della santità”.

Il 23 e 24 aprile 2006 RaiUno lo ricorda nella miniserie televisiva La buona battaglia - don Pietro Pappagallo. Il martire viene interpretato dall’attore Flavio Insinna. La regia è di Gianfranco Albano. La fiction viene proiettata in anteprima a Terlizzi, a cura del Comitato “Pro don Pietro Pappagallo e prof. Gioacchino Gesmundo”, e della Pro Loco cittadina con l’anticipo di qualche giorno rispetto alla prima televisiva.

Il 27 marzo 2011 Papa Benedetto XVI si reca in visita privata alla Fosse Ardeatine e sosta in preghiera sulla tomba di don Pietro.

Nel 2011 si costituisce a Baronissi (Sa) l’associazione di fedeli “Verità oltreConfini”, con l’intento di promuoverne la causa di beatificazione. Il 7 aprile 2012 mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, vicario apostolico di Tripoli, individua in Padre Massimiliano Novello da Nola, frate minore cappuccino della Provincia religiosa napoletana, il postulatore della causa.

Il 10 gennaio 2012, sul marciapiede prospiciente l’abitazione romana di via Urbana, nell’ambito del progetto Stolperstein “pietra d’inciampo”, viene collocato il sampietrino provvisto di targa metallica a ricordo del luogo di prelevamento da mano nazista.

Il 23 marzo 2013, ad iniziativa del Comitato Vite Esemplari, viene inaugurato, al largo La Ginestra in Terlizzi, il monumento Memoria e identità, dell’artista Pietro De Scisciolo, che accosta e accomuna la figura di don Pietro Pappagallo a quella del prof. Gioacchino Gesmundo.

Il 2 novembre 2017 Papa Francesco si reca in visita privata alla Fosse Ardeatine e sosta in preghiera sulla sua tomba.

Il 3 luglio 2018 lo Yad Vashem di Gerusalemme comunica formalmente ai familiari l’attribuzione dell’onorificenza di “Giusto tra le nazioni” a don Pietro Pappagallo.

Il 26 gennaio 2019 la sezione ANPI Esquilino-Monti-Celio del I Municipio di Roma, intitolata a don Pietro Pappagallo, ricorda, con l’apposizione di una targa presso il capannone industriale della Snia Viscosa in via Prenestina a Roma, che oggi ospita il Centro di Documentazione Territoriale Maria Baccante - Archivio Storico Viscosa, l’impegno di don Pietro contro lo sfruttamento e la discriminazione salariale degli operai fuori sede, provenienti dal Sud d’Italia negli anni Venti del secolo scorso.

(da Renato Brucoli, In primavera, di libertà. Martiri pugliesi alle Cave Ardeatine,
ED INSIEME, Graffiti/19, 184, ill., ISBN 978-88-7602-299-9, Terlizzi 2019).

 

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