Area Riservata

Ricerca

Cassetto

Perchè no

L'indissolubile legame tra l'Anpi e la storia costituzionale della Repubblica.

referendum costituzionale

Che brutta la campagna elettorale per il referendum abrogativo della riduzione del numero dei parlamentari! Brutta per i toni e gli argomenti messi in campo. Ma anche impalpabile visto che alcune forze politiche fanno di tutto per sfuggire ad un confronto nel merito. Alcune di esse disertano persino le poche tribune politiche creando così un deficit di informazione su argomenti delicatissimi come quello del cambiamento di una parte importante della Costituzione. E c'è anche chi ha aspettato mancassero poco più di dieci giorni al voto per riunire i propri organi dirigenti per decidere cosa dire ai propri militanti. 

Se questo è il quadro di fondo l'Anpi non poteva che ribadire ancora una volta il profondo legame che la lega alla Costituzione soprattutto alla storia costituzionale della Repubblica, quella che ricominciò in occasione del referendum istituzionale scegliendo una volta per sempre la forma repubblicana (articolo 139 della Costituzione)  ed eleggendo l'assemblea Costituente che avrebbe varato una costituzione rigida, dopo la caduta del fascismo ma anche in forte discontinuità con lo Statuto albertino (concessione del sovrano) che vigeva ai tempi dello stato liberale.

Quella Costituzione rigida che, anche in occasione di questo referendum, l'Anpi è impegnata a difendere. Ben consapevole che proprio in questi ultimi tempi abbiamo visto quanto fragili possano essere, quando si prescinde dal dettato costituzionale, le nostre istituzioni.
Guardiamoci un attimo attorno: non abbiamo ancora una legge elettorale che sia in grado di segnare una vera discontinuità con il Porcellum e i suoi succedanei, Italicum e Rosatellum compresi. Al punto che nel suo ultimo intervento la presidente uscente della Corte costituzionale, Marta Cartabia ha osservato: "Ci aspettavamo una riforma elettorale fatta in Parlamento". Un modo per richiamare l'insufficienza dell'attuale normativa e mettere in mora la politica. 
Al tempo stesso manca una legge sui partiti, quella che dovrebbe rendere operativo l'articolo 49 della Costituzione sul metodo democratico attraverso il quale i cittadini possono e debbono partecipare alla vita pubblica. Invece oggi le forze politiche vanno avanti, nel migliore dei casi, attraverso le cosiddette primarie (si sceglie la persona e non la linea politica), o nel peggiore, attraverso improbabili piattaforme gestite da imprese private come la Casaleggio associati.

In questo bailamme istituzionale davvero il problema è quello di un taglio radicale dei parlamentari, che tra l'altro cambierebbe radicalmente la platea degli elettori del presidente della Repubblica?
Si dice che questo taglio, quello delle poltrone (che per la verità si chiamano seggi), fa parte di un accordo politico che ha fatto nascere l'attuale governo (se no i cinque stelle non ci sarebbero stati) e che quindi va rispettato pena l'indebolimento del governo in tempi di pandemia. Ma da quando in qua la Costituzione può essere subordinata ad un accordo politico che peraltro investe un organo costituzionale importante come il Parlamento? E la legge elettorale, quella con la quale dovremmo andare a votare nel malaugurato caso che il capo dello Stato fosse costretto a decidere uno scioglimento delle Camere? Per quella c'è tempo e si potrà fare dopo la vittoria del Sì al referendum sulla legge costituzionale. Quindi dinanzi a un Parlamento sempre più indebolito e ad una Costituzione sempre meno robusta. 

Prima di concludere una piccola osservazione, anzi un modesto dubbio. E se fosse la vittoria del sì ad indebolire il governo Conte? Davvero non ci sarebbe alcuna reazione da parte del Pd e di altre forze politiche se il passo successivo al taglio fosse quello di rendere operativo il principio, più volte esposto e affermato da Casaleggio e altri esponenti grillini, per il quale in tempi di digitalizzazione di voti sulle piattaforme le assemblee legislative hanno esaurito la loro funzione? Sarebbe la definitiva liquidazione delle regole della democrazia.

Ed è per questo che l'Anpi, forte della sua storia, dice no. Un no che è anche un sì all'idea per la quale le regole costituzionali non debbano mai essere subordinate a compromessi politici per tenere insieme una maggioranza di Governo. Come diceva Calamandrei "quando si discute in Parlamento di Costituzione i banchi del Governo sono vuoti".

a cura di Guido Compagna

(Giornalista, iscritto alla nostra sezione. Ha raccontato e commentato per oltre trent'anni le vicende politiche e sindacali sul Sole 24 Ore)


Mercoledì, 9 settembre 2020

CONTATTI

e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.