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Razzismo

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Titolo:
RAZZISMO
Gli atti, le parole, la propaganda

Autori: Annamaria Rivera
Editore: Dedalo
Pagine: 176
 
 
L'OPERA
"È su una montagna costituita anche da cattive parole e pessime retoriche che si è sedimentato, riprodotto e legittimato il razzismo quale oggi si manifesta in Italia: un sentimento di ostilità verso tutti gli estranei, i diversi, gli Altri, occupanti abusivi del “nostro territorio”.
In questa raccolta di brevi e interessanti saggi, Annamaria Rivera porta avanti un’analisi puntale del circolo vizioso che alimenta il razzismo, attraverso riflessioni colte che colpiscono per la loro originalità e la loro attualità. Mostra così la dialettica perversa fra il razzismo istituzionale, il ruolo dei media e della  propaganda, e le forme sempre più diffuse di xenofobia “popolare”. Negli ultimi anni tale dialettica si è mostrata nel modo più palese (basti pensare alle ultime politiche contro l’immigrazione o ai recenti episodi di violenza raccontati dalla cronaca), e tuttavia essa ha antecedenti qui ricostruiti con precisione, per evidenziarne la lunga durata.
L’autrice decostruisce inoltre pseudo-nozioni quali “razza”, “etnia”, “colore”, “identità” e mette in luce l’apparato lessicale e comunicativo che contribuisce a riprodurre discriminazione, ineguaglianza ed emarginazione.
Un’opera fondamentale per riflettere su quello che sta accadendo oggi attorno a noi."
INDICE
Introduzione Il carattere sistemico del razzismo odierno - “Razza”, cultura, etnicità, identità: a proposito di alcuni pre-concetti - Attenti alle parole! Frammenti sulla costruzione linguistica dello Straniero - Nemici a prescindere: l’Islam e i musulmani, reali o presunti - Beppe Grillo: una comicità di secondo grado - Cittadini e meteci - Per un buon uso delle parole, ovvero esercizi per intaccare la comunità razzista - Il nuovo razzismo è già vecchio - Uno squadrone della morte nella provincia italiana: il martirio inflitto a Mohamed Habassi - La “crisi dei rifugiati” rivela quella dell’Unione europea - L’idea occidentale di natura. La continuità fra specismo, sessismo e razzismo - L’antiziganismo: un razzismo vetusto, tuttora attuale - Il circolo vizioso del razzismo: la continuità, il salto all’estremo - Bibliografia
BRANO

Introduzione
Il carattere sistemico del razzismo odierno

L’arbitraria riduzione a “odio” o “paura”

Tra i motivi che mi hanno indotta a comporre questa raccolta di miei articoli e saggi brevi sul razzismo e i suoi presupposti ideologici, sociali, politici – comparsi su riviste, scientifiche o divulgative, quindi stilisticamente eterogenei –, vi è la constatazione di quanto, almeno in Italia, vadano impoverendosi o degradandosi il linguaggio e il lessico, perfino nell’ambito dell’attivismo e del pensiero antirazzisti.

Uno degli esempi più lampanti, a mio parere, è costituito dalla tendenza, che ormai coinvolge anche movimenti, associazioni, perfino intellettuali, ad adoperare ossessivamente il lemma odio quale movente degli atti di razzismo, verbali e fattuali, ma anche, in fondo, per nominare il razzismo stesso: spesso ridotto a semplice intolleranza o a questione di scorrettezza verbale (indicata con il dilagante hate speech). Il che è una spia del decadimento della riflessione e dell’analisi su tale fenomeno, che pure è sempre più diffuso, incalzante, inquietante. È come se non avesse lasciato alcuna traccia la gran mole di studi, taluni assai pregevoli, prodotta nel corso dei decenni passati, soprattutto in Francia, e in misura minore in Italia.

In realtà, riducendo il razzismo a odio, si finisce per ignorarne la dimensione storica e sociale, ma anche il carattere peculiare e sistemico. Esso, infatti, può essere definito come un sistema d’idee, parole, discorsi, atti, norme giuridiche, pratiche sociali e istituzionali, che attribuisce a gruppi umani e agli individui che ne fanno parte differenze essenziali, generalizzate, definitive, naturali o quasi-naturali, al fine di giustificare e/o legittimare stigmatizzazione, discriminazione, subordinazione, inferiorizzazione, segregazione, esclusione, violenza, perfino sterminio. Tale sistema, che di solito agisce in società strutturate da rapporti di classe, è alimentato da pratiche discriminatorie routinarie, tali da produrre una stratificazione di disuguaglianze in termini di accesso a risorse economiche, sociali, giuridiche, simboliche...

Oltre all’“odio”, un altro stereotipo assai diffuso è quello secondo cui, in particolare tra la “gente comune”, sarebbe soprattutto la paura degli altri/e a istigare atti di razzismo verbale o fattuale.

Ma quale paura può suscitare una mamma che piange la perdita della sua bambina di cinque mesi? Eppure il 18 dicembre 2019, nella corsia dell’ospedale di Sondrio, è accaduto che quella madre, una giovane nigeriana che piangeva disperatamente, avendo appena appreso che la sua creatura era morta, fosse insultata da persone comuni, per l’appunto, anche da donne, con frasi raccapriccianti quali: «Mettetela a tacere quella scimmia!», «Ma perché urla? Sarà un rito tribale...», «Non è così grave: gli africani fanno un figlio all’anno».

Nondimeno «Restiamo umani» è uno degli slogan più diffusi in ambienti antirazzisti. Forse, al contrario, ci si dovrebbe impegnare a trascendere lo stato attuale dell’umanità, cercando di apprendere da quei non-umani che mai tratterebbero in tal modo una madre della loro stessa “specie”, la quale si disperasse per aver appena perso il suo cucciolo. Al contrario, gli altri viventi sono perlopiù ridotti a natura bruta, bestializzati, reificati, massimamente sfruttati, perfino sterminati: ed è tutto questo, cioè lo specismo, a costituire il modello, se non la matrice, del razzismo e del sessismo, come argomento ben più ampiamente in uno degli scritti di questa raccolta.

Per ritornare all’“odio”: anche se ne allargassimo il significato, intendendolo come ostilità, avversione, rigetto, inimicizia verso taluni individui e gruppi − di solito già stigmatizzati e resi vulnerabili − non riusciremmo a comprendere l’intera gamma delle ragioni che ispirano parole, locuzioni, discorsi, atti di stampo discriminatorio e/o razzista, fino agli omicidi e alle stragi. E, se proprio volessimo attribuire alla sola sfera dei sentimenti e delle emozioni o a una postura morale i moventi del parlare e dell’agire razzista “ordinario”, saremmo costretti a constatare che spesso a prevalere sono piuttosto disprezzo, derisione, dileggio, aggressività: i quali talvolta sono l’esito − soprattutto tra le classi non abbienti, afflitte dal ben fondato timore del declassamento − di quel processo che Hans Magnus Enzensberger (2007) ha definito con la formula di socializzazione del rancore.

Fra l’altro, è quanto meno ingenuo ritenere che possa essere l’odio a ispirare le strategie politiche, istituzionali, propagandistiche contro persone immigrate, profughe, rifugiate o appartenenti a minoranze. Gli imprenditori politici del razzismo, che spesso occupano o hanno occupato i massimi vertici delle istituzioni − dai più estremisti, quale Matteo Salvini, ai più “moderati”, come taluni ministri di centro-sinistra − perseguono freddamente la loro strategia, volta a influenzare e a conquistare l’elettorato più retrivo, disinformato o rancoroso, a conservare o a rafforzare il proprio potere e quello della loro parte politica col compiacere gli umori popolari più intolleranti: in Italia spesso questi ultimi sono, a loro volta, sollecitati, manipolati, strumentalizzati da formazioni di estrema destra.


 dal sito della casa editrice Dedalo con il permesso dell'autrice (nostra associata)


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