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Pietro Benedetti

11 aprile 1944

Ai miei cari figli, quando voi potrete forse leggere questo doloroso foglio, miei cari e amati figli, forse io non sarò più fra i vivi. […]

Amatevi l'un l'altro, miei cari, […] amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il migliore ornamento di chi vive.

Dell'amore per l'umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla.

Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli. Siate umili e disdegnate l'orgoglio; questa fu la religione che seguii nella vita. […] (da Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana,Einaudi 2015,pp.27-28)

Pietro Benedetti  nel 1921, a diciannove anni, è uno dei fondatori del PCd’I (Partito comunista d’Italia, poi Pci) di Atessa (Chieti). La sua esperienza del carcere inizia presto: nel ’25, mentre si reca in Francia come delegato dell’Abruzzo al III Congresso del partito a Lione, è arrestato e trascorre tre  mesi in carcere; segretario della federazione comunista di Chieti, nel ’32 nuovamente arrestato e processato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato ma grazie ad un’amnistia sarà scarcerato.

Si trasferisce a Roma e apre una bottega di ebanista in via Properzio,39; dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943,Benedetti,divenuto commissario politico della prima zona (Prati e Monte Mario) apre la sua bottega a riunioni di giovani antifascisti e il luogo diventa un nascondiglio della stampa clandestina.

Il 28 dicembre 1943 Domenico Rodondano, Capo della Squadra Politica della Questura di Roma, a seguito di una perquisizione nella bottega, scopre alcune armi. Pietro Benedetti è arrestato, fermati il fratello Antonio e alcuni operai.

Nell’arco di pochi mesi Benedetti conosce le celle di Regina Coeli e del carcere nazista di via Tasso, subisce un primo processo il 29 febbraio 1944 ed è condannato a quindici anni dal Tribunale militare di guerra tedesco la cui sede è in via Lucullo 7(nella lettera di Benedetti dell’11 aprile 1944 il n.civico è 16); dopo circa un mese e mezzo, nell’aprile del ’44 è di nuovo processato dallo stesso Tribunale e condannato alla pena capitale. L’11 aprile l’ebanista-partigiano scrive ai figli del secondo processo:

Così il processo, se tale possiamo chiamarlo, ebbe luogo in dieci minuti e finì con la mia condanna alla fucilazione. Il giorno stesso ho fatto la domanda di grazia, seppure con repulsione verso questo straniero oppressore”.

Il 29 aprile 1944 a Forte Bravetta il quarantaduenne Pietro Benedetti è fucilato da un plotone della Pai (Polizia Africa Italiana).

La sua firma sul muro della cella di segregazione situata al secondo piano del carcere di via Tasso testimonia la permanenza di Benedetti in questo luogo.

Nel 1949 la salma di Benedetti è riesumata e il consigliere comunale di Roma Ezio Zerenghi (1947-1952)  del Blocco del Popolo (Fronte Democratico Popolare) nella commemorazione: “[…] si trovò che i polsi del Grande Martire […] erano ancora legati dietro la schiena dalla corda che i carnefici avevano usato per trascinarlo davanti al plotone d’esecuzione”. (in Mogavero,p.202)

 Una via di Roma (località Dragona, Municipio X) ) e una piazza di Atessa sono state intitolate a Pietro Benedetti.

Cfr. sito Donne e uomini della Resistenza http://www.anpi.it/donne-e-uomini/2180/pietro-benedetti

Cfr. Scheda biografica in Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana,a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi 2015

Mogavero Giuseppe, I muri ricordano. Epigrafi, monumenti e memorie della guerra e della Resistenza a Roma (1943-1945) , Massari 2015

(a cura di Virginia Tommasone)


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