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Dalla parte giusta: Storia di una prigionia

Dr. Camillo CONTIIn questo  tempo sospeso, nel quale siamo chiamati a cercare in noi stessi, nelle nostre convinzioni più profonde,  la forza per superare le difficoltà a cui ci costringe la pandemia, mentre continuano ad imperversare  movimenti politici reazionari, che mettono sciaguratamente in dubbio il grande valore del 25 aprile, mi piace ricordare, seppure in poche parole, la vicenda del mio papà, che ha dato il suo contributo alla Resistenza contro il nazifascismo quando, preso prigioniero dai tedeschi in Albania, ha rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale.

Egli ha fatto parte della schiera dei cosiddetti Internati Militari, quei militari che trovandosi dopo l’8 settembre 1943 in territori fuori dell’Italia (nello specifico, in Albania) furono fatti prigionieri dalle truppe tedesche e messi di fronte ad una scelta drammatica: aderire alla Repubblica di Salò e tornare quindi in Italia, oppure affrontare la deportazione verso una dura prigionia, particolarmente severa, in quanto questi militari non sarebbero stati considerati “prigionieri di guerra” (per i quali valevano le condizioni dettate dalla Convenzione di Ginevra) ma semplicemente “internati”, perché considerati traditori dell’alleanza con il Reich.

Ebbene il mio papà, che pure aveva lasciato anni prima la mia mamma a casa con mia sorella piccolissima, non ha esitato, ed ha deciso di manifestare la sua avversione al nazifascismo affrontando l’internamento.

Questa prigionia è durata circa due anni e lo ha portato a vivere esperienze durissime: lunghe marce tra gli stenti, campi di internamento dove si soffriva il freddo (consistevano infatti in baracche malmesse ed erano localizzati in Polonia e Germania) la fame (le razioni alimentari spesso erano ridotte ad una brodaglia dove navigavano pezzi di patate quasi crude) le malattie (in uno dei campi si verificò un’epidemia di tifo cosiddetto petecchiale, trasmesso dai pidocchi che in quelle pessime condizioni igieniche erano molto diffusi) e si era a rischio di bombardamenti (il papà ricorda di essere passato per una Dresda spettrale e di essere scampato ad un bombardamento alleato in quanto il campo dove di trovava era nelle vicinanze di uno stabilimento industriale in Germania).

Al termine della Guerra, tornato fortunosamente in Italia, riprese i fili della sua vita: anche se padre di famiglia, fece lo studente-lavoratore, nel senso che riprese il suo lavoro (funzionario dell’ATAC) e completò gli studi universitari.

Io sono nata alcuni anni dopo, e ricordo fin da piccola i suoi racconti di prigionia, con alcuni episodi terribili (come quello di un giovane ufficiale che inavvertitamente si era avvicinato troppo al filo spinato che delimitava il campo e fu ucciso da una guardia che sorvegliava il perimetro da una torretta, come nella scena del film Schindler’s List) e altri più lievi (come il “giornalino parlato” realizzato da Giovannino Guareschi in uno dei campi, dove si trovava anche Gorni Kramer, il musicista poi molto conosciuto negli anni 60 anche per il suo modo di suonare la fisarmonica) e però la convinzione di avere fatto la scelta giusta!

Il papà é sempre stato un compagno - ricordo ancora il grande dispiacere che provò quando il suo giornale (l’Unità) cessò le pubblicazioni…. Nella sua vita (ci ha lasciato nel 2002) non ha mai mancato di celebrare il 25 aprile e per me, che ho cercato in tutta la mia vita di ispirarmi ai suoi ideali, sarà un privilegio partecipare anche in suo nome alla celebrazione della Festa della Liberazione, che vivremo quest’anno in modo virtuale, ma sempre sentito ed intenso!

Contributo scritto da Susanna Conti, iscritta alla Sezione ANPI “Ugo Forno e Ferdinando De Leoni ” dell’Istituto Superiore di Sanità


Martedì, 21 Aprile 2020

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